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L’Officina delle Zattere ha lanciato tre poli espositivi durante la Biennale 2013.

Nel suo primo anno di vita, l’Officina delle Zattere ha deciso di partecipare attivamente al progetto promosso dalla 55° Esposizione Internazionale d’Arte, e dal suo curatore Massimiliano Gioni, di indagare le fughe dell’immaginazione, i tentativi di strutturare la conoscenza in sistemi omnicomprensivi, i modi in cui gli artisti usano le immagini per dare forma alla nostra esperienza del mondo.
Il gruppo di lavoro dell’Officina delle Zattere ha perciò collaborato a vario titolo all’organizzazione di molteplici eventi, alcuni inseriti nel programma ufficiale della Biennale e altri che si svolgeranno in concomitanza, diversi per stile, finalità e approccio al tema indicato, rappresentativi della sfida costante fra il soggettivo con il collettivo, l’individuo e la cultura del suo tempo.

Il percorso proposto si snodava attraverso tre poli molto articolati e una ulteriore sede.
Il primo polo era localizzato nella sede, l’Officina delle Zattere, davanti allo Squero di San Trovaso, e nelle sue vicinanze.
Negli ambienti dell’Officina ha trovato posto il Padiglione Nazionale del Bangladesh, con una mostra, “Supernatural”, contraddistinta dalla estrema varietà dei vari medium usati dagli artisti del gruppo Chhakka e dai loro ospiti (il sudafricano Gavin Rain e il veneziano Gianfranco Meggiato). Al piano superiore, le opere di Pia Myrvold, ORLAN, Miguel Chevalier e Anne Senstad, al limite tra architettura, installazioni site-specific, video e scultura, hanno dimostrato come la tecnologia sia un’estensione delle facoltà umane e possa quasi trasformarsi in materia organica (“Metamorphoses of the virtual. 100 years of art and freedom”, a cura di Roberta Semeraro).
Fino al 1 dicembre l’Officina delle Zattere ha poi ospitato le mostre The gathering Storm - The Cover art of Storm Thorgerson, Geometrie astratte: Burano, Trauerarbeit, Il teatro del bailo e la performance MOVE WITH(OUT) – Opera in due atti. La giustizia.
Poco distante, all’interno del Centro Culturale Don Orione Artigianelli, la visione dell’artista iper-realista Zhong Biao sulla relazione tra la realtà e le segrete energie del mondo, mediante i legami tra tempo, spazio, universo e individuo, ha dialogato con quella di Kata Mijatovic, che nel Padiglione Nazionale della Croazia ha introdotto ai visitatori la sua ricerca sul tema del sogno, del subconscio e sulla possibilità di creare attraverso Facebook un archivio digitale dei sogni (Zhong Biao, “The Universe of Unreality”, a cura di Gary Xu; Padiglione Nazionale della Croazia, “Between the Sky and the Earth”, a cura di Branko Franceschi).
In Campo Sant’Agnese, l’installazione “Back 2 back to Biennale“, collateral ufficiale, ha portato per la prima volta e ufficialmente nella Biennale di Venezia un contest meritocratico e rappresentativo del mondo del Writing e della Street Art di tutta Europa. Al contest è stata associata una mostra di varie opere su cavalletto degli artisti di street-art nelle sale di Palazzo Ca’ Bonvicini.

Il secondo polo è nel Sestiere Santa Croce, dove un antico palazzo, Ca’ Bonvicini, è stato trasformato in un vero e proprio “condominio dell’arte”.
Il piano nobile era occupato dal Padiglione Nazionale della Costa Rica, che con la mostra “Democracy & Dreams”, a cura di Francisco Córdoba, tratta del sogno di una democrazia “perfetta”, che ha abolito l’esercito e difende l’istruzione e la salute universali: un esercizio onirico che solo l’utopia dell’arte è in grado di esprimere e di trasmettere.
Fra il piano terra e il secondo piano si sono incrociati i dialoghi ddei 15 artisti, tutti nati negli anni ’80, selezionati dalla Galleria Massimodeluca e da Celeste Network, messi in un rapporto dialettico attraverso il più tradizionale dei supporti, ovvero la tela (“Yellowing of the Lunar Consciousness”, a cura di Andrea Bruciati), con i risultati dell’incontro di Antonia Trevisan, Wilmer Herrison, Rita Pierangelo e dei loro curatori Roberta Semeraro ed Edgar Ernesto Gonzales (“Encuentros”).
Sempre a piano terra, nelle opere di Fabrizio Campanella, il pubblico ha assistito al dialogo fra l’ossatura del quadro definita dalle linee e il sistema muscolare della forma sviluppato dagli angoli, godendo del ritmo che nasce dal rapporto tra la sicurezza della linea e il passaggio evolutivo, inaspettato dell’angolo (“Virtualismi”, Gianluca Marziani). Nuove capacità di adattamento e di trasformazione sono state interpretate nella mostra “Yourope in progress”, curata da Ewald Stastny, trasformando una parte del palazzo veneziano in un laboratorio all’insegna dello sviluppo e alla celebrazione delle diversità culturali, per riflettere il potenziale creativo dell’Europa e della sua comunità.
Nelle stanze vicine, come già ricordato precedentamente, sono stati ospitati gli artisti della street-art con le loro opere su cavalletto di “Back 2 back to Biennale”.
A Ca’ Bonvicini ha trovato spazio anche il ricordo di uno degli episodi più drammatici della recente storia italiana, quello della tragedia del Vajont, avvenuta cinquant’anni fa e ricordata attraverso fotografie e installazioni (“Vajont, Il risveglio delle coscienze”. Autore e curatore: Diego Morlin).
Durante l’estate il palazzo ha poi ospitato anche altri eventi artistici, fra cui le installazioni Crystal Suitcase, The god machine e la mostra Wise up ghosts.

Il terzo polo è stato contraddistinto da due mostre in moderno stile figurativo. Nelle sale del settecentesco Palazzo Zenobio, i curatori Alexander Borovski e Cristina Barbano hanno presentato in un percorso site-specific “Atlantis”, il punto di arrivo del pensiero artistico più recente di Maxim Kantor: una fase permeata dalla volontà di collegare la crisi delle civiltà presenti e passate al mito platonico di Atlantide, per mostrare che l’inabissarsi di una fiorente civiltà è l’immagine filosofica e figurativa ancora oggi più adatta a simboleggiare il crollo delle «grandi utopie». Sempre a Palazzo Zenobio, l’artista Sergei Nazarov, di origine armena, ha ripercorso un itinerario visivo personale attraverso i ricordi dell’infanzia, della terra natale, degli affetti intimi e dei famigliari amati attraverso una personale rilettura della storia dell’arte, che si mescola inscindibilmente con la sua vita personale (“Memorie/Memories”, a cura di Afrodite Oikonomidou).

Infine, a Palazzo Widmann, una ventina di artisti ha offerto una propria visione contemporanea della “camera delle meraviglie” tipica del Rinascimento. Il visitatore, trasportato all’interno di un mondo che confonde il naturale con l’artificiale, la realtà con la fantasia, ha dovuto affidarsi alla sola immaginazione per potersi orientare. Le luci soffuse e il sottofondo musicale hanno concorso a fornire nuove e affascinanti relazioni riconducibili al desiderio infantile del sogno e della scoperta (“Wunderkammer”, a cura di Antonio Nardone).